25 aprile 2021 la Partigiana Gloria e L’ “Orquesta Pozo Verde” – Venezuela – video

 

Per la Festa del 25 Aprile, la Partigiana Gloria (Elsa Pelizzari classe 1929) ha registrato un suo pensiero. Siamo andati a trovarla per raccogliere un invito da rivolgere ai giovani di oggi, partendo da alcune parole da lei scritte in passato. Completa la piccola celebrazione Partigiana una Bella Ciao molto particolare: un omaggio ad Elsa, e a tutti i Partigiani, eseguito dall’ Orquesta Sinfonica infantil y juvenil – Parroquia “Pozo Verde” – Venezuela – ove Elsa, con il figlio missionario, ha vissuto per diversi mesi.

A cura di:

 

Anpi Medio Garda (provincia di Brescia)

Orquesta Sinfonica infantil y juvenil – Parroquia “Pozo Verde”
Estato Bolivar – Venezuela

Sistema Nacional de orquesta y coro infantil y juvenil de Venezuela Fundamusical Simon Bolivar

edito da:

AssociazioneForumCivico (AFC) per il sito Voltipartigiani.it

Il Colpo dell’Ospedale di Salò 1945 – perchè non lo si ricorda ?

Nella notte tra il 22 e 23 marzo si compiva uno tra gli episodi più incredibili, dal punto di vista dello smacco subito dai repubblichini salodiani e forse dell’intera RSI: la liberazione ad opera di 5 compagni d’armi Partigiani, del salodiano Carlo Mombelli comandante V° guppo della Perlasca, che era stato braccato e ferito a Levrange dopo una delazione, agli arresti nell’ospedale salodiano e destinato il 23 alla fucilazione in onore del Duce, nel giorno dei “fasci di combattimento”.

Protagonisti del disperato tentativo furono il salodiano Angio Zane (Diego), Marcello Vezzuli (Niko), Luigi Michelini (l’Alpino), Pelizzari Bernardino (Dino) che erano di Roè Volciano ed Ippolito Boschi (Ferro) di Barghe.

Supporto organizzativo lo diedero don Angelo Bianchi di Roè Volciano e diversi componenti della famiglia Zane di Salò, le salodiane Rina Ebranati e Carolina Baldi (che nascosero e curarono i feriti partigiani), il dottor Cesari (che forni i camici dell’ospedale), Luigi Ferretti parroco di Salò (che avvisò Mombelli), il muratore salodiano Enrico Bonetti (che murò nella casa Ebranati il corpo di Ferro per occultarlo) e altri tra cui il partigiano Renato Mapelli (Mosè).

La vicenda è nota: con la collaborazione di una guardia che doveva aiutarli, poi sostituita all’ultimo momento, i 5 sarebbero dovuti entrare all’interno dell’ospedale da una porta di servizio e li liberare, con l’aiuto della sorpresa, Mombelli che era ferito e non poteva camminare. La guardia sostituita invece riconobbe uno dei partigiani, che non poteva essere un medico, e vi fu un conflitto a fuoco ove il Ferro venne ferito gravemente. L’operazione continuò nella camera del Mombelli che fu comunque liberato. Si ebbero due partigiani feriti e 2 morti tra i carcerieri.

Il Partigiano Ferro morì di li a poco, quando il gruppo partigiano trovò rifugio a casa Ebranati accudito da due donne, Rina e Carolina, che dimostrarono tutto il loro sangue freddo e la forza di spirito in una situazione così drammatica e pericolosa.

Fu un’azione di guerra, per liberare un prigioniero destinato a fucilazione, ma i morti non erano stati cercati (a Salò persiste la diffamazione, nata nel ‘45, che avessero ucciso le guardie a sangue freddo potendolo evitare). Il prezzo fu pagato anche da Ferro, giovanissimo partigiano valsabbino, tra i primi a sparare di fronte alla reazione dei militi. Morì con un pensiero anche per loro “io non volevo uccidere” che esprime la differenza con chi si è sempre compiaciuto delle proprie vittime.

E’ un episodio incredibile: un esempio di vera amicizia, di sentimenti ed ideali.

Il salodiano Mombelli non doveva essere fucilato, la brutalità della Rsi non doveva vincere, non dopo l’eccidio di Provaglio Valsabbia ove italiani della RSI torturarono e fucilarono 9 giovanissimi partigiani matteottini … compiacendosene.

Non era un’operazione da auspicarsi dal punto di vista militare, troppo pericolosa in un momento in cui servivano tutte le energie per concludere la guerra, ricordiamo voluta dai fascisti, ma fu condotta lo stesso, nulla li avrebbe fermati.

La storia è lunga ed articolata, ma oggi più che ricordarla nei dettagli vogliamo chiedere pubblicamente come mai la comunità salodiana si ostini a dimenticare queste storie, che hanno coinvolto salodiani e molti altre persone che loro malgrado ebbero il proprio destino segnato dalla RSI e alle camice nere presenti sul territorio, mentre si fa l’opposto, per altre storie, per altre vicende che di edificante non hanno nulla. C’è qualcosa che non va.

Il 23 marzo è un giorno da ricordare, come lo sono Ferro, i martiri di Provaglio Valsabbia, i partigiani e le partigiane tutte, le donne come Rina e Carolina e i molti altri che sul Garda, e a Salò, sembrano essere stati completamente dimenticati e rimossi.

Anpi Medio Garda 22 marzo 2021

2 giugno il valore di una festa

L’Anpi Medio Garda vi invita a rileggere il valore simbolico del 2 giugno e partecipare all’impegno civile che esso richiama

Il 2 giugno è una festa nazionale con un significato articolato che non può essere ridotto allo spettacolo della parata militare. Non si celebra uno Stato o i suoi simboli di forza e di comando, ma i primi passi della nuova democrazia del 1946.
Questa festa cade dopo la data cardine del 25 aprile 1945, simbolo della caduta del Fascismo e dell’impegno per una nuova società così come agognata dagli antifascisti prima e da resistenti poi.
Tra il ‘44 e il ‘47 si svolgono importanti passaggi fondativi dell’attuale repubblica e questa ricorrenza ci ricorda il 1946 non solo per il referendum istituzionale (2 e 3 giugno) che con un margine non nettissimo decise tra repubblica e monarchia (parlamentare), ma la contemporanea elezione dei componenti della Assemblea Costituente chiamata a scrivere la nuova costituzione per dare corpo al patto sociale che nelle fasi finali della guerra viene stipulato per la ricostruzione della nuova Italia, con la scelta della via della partecipazione e del confronto politico.
La Costituzione del ‘47 definisce i valori, gli obiettivi e le regole di quel patto.
Nel marzo 1946 assistiamo al compiersi di un altro importante “primo” passo (avvenne a ridosso delle imminenti prime elezioni amministrative comunali post fasciste) ovvero il riconoscimento dei diritti politici attivi e passivi (eleggere ed essere elette) della popolazione femminile. Anche se porterà pochissime elette nei consigli comunali e nell’assemblea costituente, rappresenta un primo risultato concreto di un percorso di emancipazione che è solo agli inizi.
Tutto questo avvenne, è bene ricordarlo, nell’evidenza delle concrete interferenze anglo-americane (derivanti dalle vicende belliche) e delle contrapposizioni che si andavano delineando (già dalle fasi finali della guerra) tra le forze che avevano dato vita a quel patto sociale che si organizzano in nuove alleanze sociali e politiche compiendo le prime mosse per garantirsi la gestione del potere reale nel paese e l’esito delle future dispute elettorali.
Nella tessitura di questi nuovi rapporti di forza, ad esempio, vi rientra anche la controversa questione della continuità, senza epurazioni, del corpus amministrativo (e spesso politico) fascista all’interno della nuova repubblica e l’impunità per i crimini di maggior rilievo della dittatura e della RSI.
Siamo di fronte ad un anno, il 1946, in cui diversi percorsi si delineano, ideali e concreti, che come fili di differenti matasse andranno a comporre il tessuto, al quel tempo tutto da costruire, della nuova Italia. Dell’Italia di oggi.

In questo contesto, in positivo, il 2 giugno rappresenta il fermento, la partecipazione, quell’assunzione di impegno e di responsabilità rappresentati dal referendum, dall’Assemblea Costituente e dal suffragio universale.

UNA NOTA
Il simbolo utilizzato per la campagna referendaria in favore della repubblica, in contrapposizione al tricolore con lo stemma sabaudo per la monarchia, era una donna: l’Italia turrita.
Una figura di antiche origini che personifica un’idea di comunità con alcuni riferimenti simbolici: in primis la donna, statuaria, che richiama la Grande Madre meditteranea, con una corona a torre, simbolo delle città, e con una stella, segno di fulgido destino, o una cornocopia, simbolo di raccolti abbondanti e del territorio agro-silvo-pastorale.
L’Italia turrita la vogliamo quindi immaginare generosa, attenta e amorevole come una madre, capace di far convivere e collaborare le proprie genti per renderle vive e operose, come lo furono le antiche città, che vuole proiettarsi in un destino fulgido (nel suo significato nobile) grazie alle attenzioni e cure prestate, come quelle per ottenere buoni raccolti nei campi.
A questa Italia turrita dobbiamo pensare il 2 giugno: una comunità che accetta la sfida di un patto sociale che viene onorato dalle parti lealmente con il rispetto dei valori e obiettivi che la costituzione definisce e con cittadini (e ancor più con rappresentanti) che sappiano offrire un impegno civile, di partecipazione, a favore di un destino comune che sia “fulgido”.
Per questo il 2 giugno è opportuna una bella sfilata, ma di tutte le persone comuni che ai vari livelli e nei diversi settori lavorano ogni giorno in quest’ottica, per celebrare quest’impegno, che è un diritto ma anche un dovere.
E perché no, la parata potrebbe essere aperta da una donna per ricordare quello che non dovrebbe rimanere solo un’allegoria.

APPELLO FINALE
L’Anpi ha sempre sostenuto il valore dell’impegno civile ad ogni livello e lo fa ricordando come il riferimento debba rimanere la ricerca del riscatto sociale ed umano che il 25 aprile e la lotta di liberazione antifascista rappresentano.

Il 2 giugno sia celebrato con quello sguardo, per farsi parte attiva, per la partecipazione, per il proporre … per NON scoraggiarsi MAI.

Uno dei diversi modi per farlo è sostenete l’Anpi iscrivendosi o facendone parte.

per Anpi Medio Garda
Antonio Bontempi
anpimediogarda @ gmx.com

 

Messaggio di Gloria 25 aprile 2020 – La humanidad vive, la lucha sigue!

In occasione del 25 aprile 2020 invitiamo a far girare questo messaggio della partigiana “Gloria” (Elsa Pelizzari).

Il messaggio è tradotto in spagnolo venezuelano per arrivare alle terre e ai popoli indigeni che ha conosciuto ed imparato ad amare insieme  al figlio missionario.

 

SCARICA il video ridotto ( Se volete caricarlo su qualche social, gli hastag sono questi: #partigianaGloria #partisanaGloria  #humanidadvive)

TESTO

Affido questo messaggio alle persone che vogliono farlo proprio.

Ricordiamo:

Il grido dei caduti,

l’invocazione dei popoli fratelli,

la speranza degli ultimi e degli oppressi,

l’impegno dei buoni e dei giusti,

l’intelligenza degli onesti,

ce lo ricordano …

La Liberazione

sia un’invocazione e una ricerca continua!

anche per la difesa dei diritti umani di tutto il mondo,

in special modo per il popolo indigeno del Venezuela che tanto amiamo

al quale diciamo:

LA NUMANIDAD VIVE, LA LUCHA SIGUE!

(L’Umanità vive, la Lotta prosegue!)

 

W la Resistenza !

W l’Italia

TRADUZIONE SPAGNOLO VENEZUELANO

Entrego este mensaje a las personas que quieren hacerlo suyo.
Recordamo:

el grito de los caídos,

la invocación de los pueblos hermanos,

la esperanza de los últimos y oprimidos,

el compromiso de los buenos y de los justos,

la inteligencia de los honestos,

nos recuerdan…
La LIBERACIÓN

sea una invocación y una búsqueda continua!

también la defensa de los derechos humanos d

e todo el mundo,

en forma especial por el pueblo indígena de Venezuela,

que tanto queremos, a

l cual decimos:

LA HUMANIDAD VIVE, LA LUCHA SIGUE!

W la Resistencia,

W Italia

 

Messaggi per Gloria

 

Telefonata con la staffetta “Gloria” (Elsa Pelizzari) per ricordare il 23 marzo 1945

Per ricordare il 23 marzo 1945 e cercare di sopperire alle iniziative cancellate per l’emergenza sanitaria, abbiamo registrato una conversazione telefonica con la partigiana Elsa Pelizzari per ricordare quel marzo 1945.

Alla voce sono state aggiunte alcune immagini.

Secondo noi, per tenere la barra a dritta della nostra navigazione o, con altro modo di dire, non perdere il bandolo della matassa … rivolgere lo sguardo a quei momenti è necessario ed utile.

Antonio Bontempi

per conto di Anpi Medio Garda

L’Amministrazione Cipani finalmente si esprime, ma sceglie Mussolini

Ieri sera, 13 febbraio 2020, la maggioranza del consiglio comunale e la minoranza leghista hanno bocciato la mozione per la rimozione della cittadinanza a Mussolini.

Di seguito un commento alle argomentazioni lette dal capogruppo di maggioranza, il loro testo integrale in PDF.

Mancata revoca cittadinanza Mussolini – Diritto di Replica – Salò 14-2-2020

Qualcuno pensa che si possano sempre prendere in giro le persone mascherando il proprio opportunismo politico dietro retoriche che evitano puntualmente di riconoscere il tema posto e di entrare nel merito.

Il testo letto dal capogruppo di maggioranza Comini, a nome di tutta l’amministrazione Cipani, si articola in due parti: una posizione politica e una tecnica.

Partiamo da quella tecnica, cioè dei motivi “ che ci inducono a dubitare che l’atto di revoca di questo “provvedimento” sia legittimo o quantomeno opportuno”.

Il primo svarione è che il termine opportuno appartiene al campo delle scelte politiche e non tecniche, e la prima tesi in sostanza afferma che essendo un atto assunto da una commissione straordinaria che sostituiva il consiglio comunale sciolto da Mussolini, il comune oggi non può intervenire, come se non fosse stato possibile revocare una qualsiasi altra delibera assunta da quella commissione, al momento del ripristino del legittimo organo decisionale.

Un motivo in più per farlo: perchè la cittadinanza carpita è l’ atto illegittimo.

Secondo esempio riportato è la scelta di non revoca di Ravenna, che fu atto politico e non tecnico. La frase riportata Meglio chiarire subito che siamo a Ravenna, città romagnola decorata con la medaglia d’oro nella lotta antifascista , non calza nel modo più assoluto con Salò che incarna proprio l’opposto.

Terzo motivo: la revoca post mortem non può essere fatta.

Si riporta una presa di posizione di un prefetto su un caso completamente differente, ovvero l’onorificenza (non cittadinanza) di Cavaliere di grand Croce d’Ordine al merito della Repubblica concessa a Tito.

Quella richiesta nasceva da un accusa di responsabilità specifica e personale, la questione delle Foibe, di Tito, su fatti che lui non ha mai rivendicato e che sono ancora oggetto di studi storici. Essendo morto non poteva difendersi per mantenere il riconoscimento.

È necessario un medium per vedere se Mussolini si rimangia le sue rivendicazioni politiche, gli omicidi, le repressioni, le sue leggi per partecipare allo sterminio di milioni di ebrei, l’ingresso in guerra a fianco di Hitler per partecipare al banchetto dei vincitori ?

Si cita quindi la posizione di Fontana a Varese che ha affermato che con la morte Mussolini ha perso anche la cittadinanza, omettendo il termine onoraria, come se un Italiano che muore smettesse di essere italiano.

Il punto è che i motivi tecnici sono inconsistenti: altre amministrazioni hanno già provveduto alla revoca senza tante esitazioni.

Ma perchè cercare cavilli in supporto alla propria scelta?

Semplicemente perchè le argomentazioni politiche, prima parte dell’intervento di Comini in aula, sono inconsistenti.

Si scomodano le prime generazioni di amministrazioni post belliche: se non l’hanno revocata loro perchè dovremmo farlo noi ?

Perchè loro credevano che l’antifascismo avesse vinto in Italia.

Non si sarebbero mai immaginati il persistere del cancro fascista, il neofascismo stragista e golpista, che Borghese sarebbe stato celebrato ogni anno a Salò con la sua xMas, che qui si sarebbero svolti partecipatissimi e pubblici pranzi in onore di Mussolini, della marcia su Roma, commemorazioni dei fasci si combattimento, l’ostentare figure come Almirante (fascista, repubblichino e segretario di redazione della rivista “La difesa della Razza”), che l’amministrazione salodiana avrebbe intitolato una mostra “Il culto del Duce” giocando sulla sua ambiguità per fare cassetto, che fa lo stesso con la sezione museale sulla RSI e ci si aspetta anche con il futuro allestimento sul ventennio fascista (quando Salò con il ventennio non centra un tubo).

Sono tanti, troppi gli esempi che si potrebbero fare di una sottovalutazione enorme del ruolo, a questo punto non solo simbolico, che Salò ha.

Chi si vuole porre al di sopra di “fascismo” e “antifascismo” affermando che sono categorie del passato è incredibilmente ipocrita: non c’è un sopra tra due termini che indicano due opposti. O si è da una parte, o si è dall’altra.

Inoltre la storia e i valori che ne emergono, o ne vengono negati, non hanno scadenza.

Un risvolto squallido. Si è ironizzato che questo tema servisse solo a qualcuno a recuperare qualche consenso.

Se la posizione di Cipani era così chiara e di alto profilo civile, come dicono, perchè non è stata assunta quell’aprile del 2019 prima delle elezioni ?

Il dato di fatto è questo: nel giugno 2019, dopo le elezioni che per la prima volta non vede la partecipazione della sua lista, Pezzali animatore dell’ MSI locale da decenni, noto per la sua fede incondizionata in Mussolini, aveva reso pubblico e rivendicato il suo pieno appoggio alla lista Cipani. Lo avrebbe fatto anche se avesse revocato la cittadinanza?

La sostanza: non hanno ritenuto necessario fare un atto che avrebbe rotto quel legame a doppio filo tra il nome di Salò e il Duce: Salò ha voluto mantenere quel legame, ha scelto di mantenere  Mussolini tra i propri cittadini onorari.  A questo punto lo rivendica.

La sostanza è che non si vuole proclamare una presa di distanza chiara ed inequivocabile da quella tradizione, da quella figura, da quello che ancora oggi essa rappresenta per troppi italiani, per troppi salodiani.

Tutto questo è semplicemente vergognoso.

 

Antonio Bontempi

presidente Anpi Medio Garda.

cc 13-02-2020 – intervento completo capogruppo Comini Amministrazioni Cipani

L’apologia del fascismo è ancora reato?

Il 28 ottobre scorso si è tenuta a Salò la “consueta” cena commemorativa della Marcia su Roma, presso un ristorante locale che non ha evidenti problemi in merito, ma la novità di ques’anno è stata la volontà di renderla pubblica, di mostrare l’oggettivo successo di partecipazione: circa 360 persone con la presenza dichiarata dagli organizzatori di alcuni sindaci e/o assessori.

Il tutto con la consueta ostentazione dei simboli fascisti.

Il limite è sicuramente superato.

Una prova di “forza” che può voler dire: “Guardiamo cosa accade … mettiamo fuori la testa … vediamo se possiamo scorazzare come ai vecchi tempi”

Noi non possiamo che reagire con le parole e le denunce, segnalazioni formali.

Forse non basteranno le nostre sole parole. È la comunità che deve reagire, rendersi finalmente conto che i nostri ripetuti appelli alla vigilanza e alla reazione democratica non erano infondati.

Il primo comunicato inviato alla stampa – 2 novembre 2019

Siamo spesso accusati di vedere pericoli ove non ci sono, ma le vicende nazionali (ultimo caso a noi vicino a Collebeato con la bomba carta contro il Sindaco e a livello nazionale il rifiuto di parte del parlamento ad avvallare la commissione proposta da Liliana Segre contro il razzismo e l’antisemitismo) ed internazionali (la città di Dresda che dichiara “emergenza nazismo”) dimostrano quanto i nostri appelli ad alzare la guardia e a reagire siano fondati.

In questo quadro bisogna giudicare le cene commemorative della Marcia su Roma fascista, marcia che è il simbolo del disprezzo della democrazia e del culto della violenza per imporre il proprio potere. Simbolo inoltre di uno stato che non volle reagire, quando lo poteva fare, in quanto il fascismo era strumentale a degli interessi che non erano quelli popolari.

Fin quando alcuni nostalgici che amano giocare con le divise e ricordare quanto fossero divertenti il manganello e l’olio di ricino si ritrovano per cene private si può far finta di nulla. Quando queste cene diventano per numero di partecipanti e per esibizione di simboli una manifestazione politica, anche se in un ristorante, all’ora non si può stare zitti.

Non siamo di fronte a cene in costume, ma a momenti di riorganizzazione politica di culture e organizzazioni che vogliono essere gli eredi e precursori del fascismo oggi.

Scriveremo al Prefetto e al Questore. Chiediamo interventi forti perchè l’apologia del fascismo è ancora un reato.

Non sottovalutiamo quello che sta accadendo nel nostro paese: le sceneggiate non sono mai fine a se stesse. E’ in corso un preciso rilancio di politiche reazionarie, antidemocratiche e portatrici di idee degenerate e degeneranti.

(nota: da quel giorno un susseguirsi di altri episodi .. dalla questione Balottelli – Luca Castellini – Salvini … alle minacce alla Segre, a molte altre cene … presidi … dichiarazioni …)

Lettera inviata al Prefetto e al Questore di Brescia – 5 novembre 2019

Egr. Dott. Attilio Visconti – Prefetto di Brescia

Egr. Dott. Leopoldo Laricchia – Questore di Brescia

e p.c. Egr. Sindaco Comune di Salò

Oggetto:  L’apologia del Fascismo è ancora un reato?       Richiesta di vostro intervento sul territorio Garda Bresciano – Bassa Valsabbia

Egregi, in qualità di presidente della sezione Anpi Garda Valsabbia (comuni indicati in calce) sono a disturbarvi per esprimere la nostra profonda preoccupazione di fronte alla rottura di un argine: l’argine che relegava i fenomeni culturali e politici di stampo neofascista nel campo della sconvenienza e della riprovazione collettiva.

In primis dei rappresentanti delle Istituzioni democratiche.

Negli ultimi anni assistiamo ad una particolare vitalità anche nel nostro territorio di presenze che si richiamano in modo esplicito alle simbologie Fasciste.

Come sicuramente avrete presente, questi soggetti giocano nel mascherare i propri riferimenti: da una parte vogliono essere un richiamo diretto ed esplicito proponendosi come gli eredi dei contenuti politici del Fascismo (da qui il bisogno di utilizzare dei simboli identificabili), dall’altra sono consci di essere oltre la linea del lecito e pertanto utilizzano il paravento della rievocazione storica o della goliardia.

Alle simbologie poi seguono i contenuti e i toni estremamente aggressivi della propaganda politica.

Alla caduta di quell’argine, che in qualche modo conteneva il fenomeno, contribuiscono anche comportamenti definiamoli ambigui (la stessa diffusa indifferenza risulta ambigua) da parte di istituzioni o personaggi pubblici che hanno generato la sensazione che ci fosse lo spazio per riorganizzarsi, uscire allo scoperto, fare proselitismo e quindi rafforzarsi tessendo reti nel solco del riferimento comune: il Fascismo.

Salò, per la sua simbologia legata alla R.S.I, diviene un luogo ideale, anche se non esclusivo, per questa riorganizzazione.

La recente cena commemorativa della Marcia su Roma tenutasi in un ristorante salodiano (si allega riferimento) dimostra questa attrattiva sovra provinciale: gli organizzatori stessi parlano di 360 partecipanti con la presenza di Sindaci e/o assessori.

Il tutto con palese ostentazione di espliciti riferimenti al Fascismo.

Siamo di fronte ad una cena evento politico più che ad una privata rimpatriata tra vecchi amici, ne è prova la risonanza che se ne è voluto dare e la mancanza di riservatezza.

Scandalizza la partecipazione di Sindaci e/o assessori che hanno giurato fedeltà alla Costituzione. Essendo su prenotazione, non sarà per voi difficile risalire ai loro nomi.

È comunque il contesto che preoccupa e il clima di indifferenza.

Di seguito se ne fanno solo degli esempi.

Tra gli organizzatori della cena l’ex consigliere comunale dell’MSI promotore di un museo “informale” a Salò sul Fascismo che viene proposto come esposizione storica, ma che ha l’evidente funzione di segnare il territorio di una presenza, che, insieme alle cene, con gli anni ha dato evidentemente i propri frutti. Segnaliamo un’altra cena / evento per il centenario della nascita dei fasci italiani di combattimento svoltasi sempre a Salò (si allega riferimento) e la presenza sul territorio di vari soggetti organizzati di cui l’Anpi Nazionale ha chiesto pubblicamente lo scioglimento (Casapound e Forza Nuova) e di altri soggetti similari.

Fanno parte del contesto però anche le iniziative pubbliche che, proposte con gli stessi intenti prima citati di iniziativa storica e/o artistica, nei fatti rafforzano il binomio Salò – Fascismo .

Mi riferisco alla mostra tenutesi a Salò dedicata a Mussolini con l’infelice titolo “Il culto del Duce” e soprattutto l’allestimento fisso sul Ventennio Fascista in fase di studio / realizzazione nel museo comunale, quando Salò non ha alcun rapporto storico con il Fascismo pre R.S.I risultando di fatto una forzatura ingiustificabile.

Riteniamo che tutto questo abbia il solo risultato di consolidare il legame tra Salò e il Fascismo, amplificando un mito Fascista utile ai gruppi locali (e non solo) per rafforzarsi, avendo estrema necessità di simbologie per farlo.

L’altro episodio riguarda non solo la ripetuta concessione a Prevalle di spazi pubblici, anche se non istituzionali, ad alcuni di questi gruppi per iniziative e feste, ma una loro pubblica legittimazione, da parte dei Sindaci, come risposta alle ripetute rimostranze dell’Anpi locale.

Ripeto, sono solo alcuni dei più recenti fatti di interesse in zona e li si ricorda non dimenticando che il Garda in passato è già stato centro operativo di frange estremistiche nere.

Per concludere questa lettera si chiede un vostro autorevole intervento perchè venga ripristinato un limite, un argine, affinchè il processo che leggiamo sul territorio non generi / trovi lo spazio per un ulteriore salto di scala e perchè l’apologia del Fascismo non venga considerata cosa normale e tollerabile.

Reazioni?

Come al solito sembra prevalere l’indifferenza.

Se gli argini non verranno ripristinati, come chiesto al Prefetto e al Questore e come  si chiede a tutti voi che leggete, divverrà sempre più difficile farlo: la normalizzazione sarà conclusa.

Ma parliamo solo di simboli? Solo uno sciocco può pensarlo.

Sappiamo che chi si espone maggiormente con le simbologie fasciste serve da transfert di consensi verso i politici che sanno con riferimenti indiretti, colpi di sponda, farsi rappresentanti di quelle aree e soprattutto di quei contenuti politici, sdoganandoli perchè … sono anche i propri.

Una strumentalizzazione che è anche un modo per verificare fino a che punto ci si può spingere, come mezzo per far assimilare determinati ragionamenti – principi, parlando, come si dice, alla pancia che va stimolata con le giuste “provocazioni”.

Tanto più funziona, tanto più non ci sono reazioni da parte della comunità.

A questo aggiungiamo la vecchia tecnica della figura del mediano, che si propone come medium che sa interpretare i sentimenti profondi del popolo incazzato, ma senza compromettersi con gli estremisti (che intanto si difendono e si incoraggiano), affinchè l’asse mediano possa essere spostato sempre più a destra, verso quei contenuti che così bene i Fascisti sapevano rappresentare.

Facciamo un esempio di questo gioco delle parti.

Sarete voi a stabilire se è pertinente o meno:

Balotelli, il giocatore italiano di colore, reagisce durante una partita agli insulti razzisti della tifoseria e il caso diventa di interesse nazionale.

Luca Castellini rappresentate di Forza Nuova e capo di quella tifoseria che inneggia ad Hitler offende il giocatore Balotelli in modo plateale ed inequivocabile.

È razzismo. Condanna collettiva.

Subito dopo Salvini (capo della Lega) con riferimento alle vicende dell’Ilva fa la seguente battuta: “Un operaio Ilva vale dieci Balotelli. Non abbiamo bisogno di fenomenti” (fonte stampa nazionale).

Che ne dite?

Antonio Bontempi Anpi Medio Garda

 

 

Nuovo sollecito per rimozione cittadinanza Mussolini a Salò

In relazione all’articolata vicenda della richiesta di rimozione della cittadinanza onoraria a Mussolini (dopo la mozione di un consigliere comunale, il mancato voto in consiglio per le vicine elezioni comunali con il rimando a data da destianarsi dell’argomento, le proteste seguenti, il rinnovo della carica di sindaco ed una prima lettera aperta di sollecito per una presa di posizione) si allega il testo di una nuova lettera indirizzata al sindaco di Salò.

Questa lettera prende spunto dal discorso tenuto da Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938 ove pose il tema della “razza” come premessa all’inizio delle persecuzioni degli ebrei italiani.


Egr. Sig. Sindaco – Comune di Salò

via PEC

e p.c. ai Consiglieri Comunali tutti

Oggetto: Rinnovo invito alla rimozione della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini

Egr. sig. Sindaco,

oggi è il 18 settembre. Ho voluto aspettare questa data per scriverle nuovamente sul tema della cittadinanza onoraria a Mussolini, perchè in questo giorno dell’anno 1938 veniva pronunciato a Trieste il discorso sulla razza: “il problema di scottante attualità è quello razziale” viene affermato da Mussolini (dando dei “deficienti” a chi ipotizza “suggestioni” esterne, rivendicando pieno merito) “Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso” ed è in “relazione con la conquista dell’impero poichè la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono con il prestigio, e per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime”. Questa per Mussolini è l’introduzione, la giustificazione data al popolo per prosegue poi con il noto attacco agli ebrei, “parte del problema”.

Ho trovato utile rivedere il video dell’Istituto Luce (https://www.archivioluce.com/2019/09/18/il-discorso-di-trieste/) che la invito a visionare, perchè a volte ci dimentichiamo quanto Mussolini fosse grottesco, ma allo stesso tempo facesse radicare messaggi immondi quanto forieri di conseguenze nefaste e criminali: un nazionalismo militarista che poteva giustificarsi solo con argomentazioni razziste e di borioso senso di superiorità che permette di autoassolversi per ogni crimine commesso.

Come accettare che questo personaggio sia tra i cittadini da onorare?

Una cittadinanza onoraria vuol dire questo: ricordare con un riconoscimento di stima pubblico una persona per i suoi meriti.

Non le voglio far perdere tempo riproponendo i contenuti delle precedenti nostre comunicazioni.

Le allego piuttosto una nuova lettera aperta sottoscritta da tutte le sezioni Anpi del territorio, scritta a partire da altre vicende (che in passato abbiamo conosciuto anche a livello locale) contenente un invito ad assumere dei piccoli passi che si ritengono significativi quanto necessari.

Le porgo cordiali saluti.

Antonio Bontempi – Anpi Medio Garda


Il discorso di Trieste

Il discorso di Trieste
Il 18 settembre 1938 a Trieste Mussolini parla esplicitamente del problema ebraico

Il diritto alla vita vale meno di un ordine del governo

Riccardo De Vito, Magistratura democratica – articolo di Carlo Lania tratto dal web 6-8-2019

«Il decreto sicurezza bis trascina il nostro Paese in un mondo capovolto rispetto al progetto costituzionale democratico dell’Italia repubblicana», dice il presidente di Magistratura democratica Riccardo De Vito.

Dottor De Vito, perché parla di un mondo capovolto?
Perché in nome di una propaganda continua, basata su una presunta emergenza sicurezza, che contrasta con i dati reali visto gli sbarchi in Italia sono addirittura diminuiti, si sacrificano diritti fondamentali come quello alla vita e a un’esistenza libera e dignitosa, diritti validi anche per le persone che tutti i giorni rischiano di morire in mare. E questo è contrario all’ordine di priorità sancito dalla Costituzione repubblicana. Quindi è un mondo capovolto, perché i diritti alla vita vengono dopo un’esigenza di sicurezza che è del tutto presunta. Per l’ennesima volta il decreto sicurezza bis pone un collegamento ideale tra il fenomeno migratorio e l’insicurezza pubblica, lo fa a livello simbolico descrivendo lo straniero come un fattore di pericolo e invertendo l’ordine dei fattori costituzionali. E’ l’esempio più eclatante in cui ci troviamo di fronte a dei casi in cui l’esecutivo – e in particolar modo il ministro dell’Interno – pretende di avere prevalenza su norme convenzionali sul soccorso e sul salvataggio delle persone in mare, sulla Convenzione di Ginevra, sulla Convezione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo. Anche in questo caso abbiamo una gerarchia delle fonti capovolta: un ordine del ministro viene prima del rispetto di queste convenzioni internazionali.

Un esempio di questo capovolgimento è il fatto che chi soccorre i migranti viene criminalizzato.
Esatto, il dovere costituzionale di solidarietà viene addirittura trasformato in una punizione nei confronti di chi salva vite, anche con sanzioni amministrative pesanti. Si tratta di un provvedimento estremamente grave, perché in questo capovolgimento c’è lo svuotamento dall’interno della democrazia.

Ormai si equiparano tranquillamente le ong ai trafficanti di uomini. Che fine ha fatto il principio di non colpevolezza?
Diciamo che per i nostri governanti purtroppo vale a corrente alterna. E’ valido per esponenti delle istituzioni colpiti da procedimenti penali, ma non lo è nei confronti delle ong colpite da provvedimenti giudiziari mai conclusi con sentenze di condanna. Abbiamo un governo che crea due categorie di persone: quelle presunte pericolose, per le quali il principio di non colpevolezza non deve valere, e altre che invece sono coperte dallo stesso principio. Da giuristi sarebbe bene dire che il principio di non colpevolezza vale per tutti.

Nel decreto è previsto anche un irrigidimento delle sanzioni per i reati compiuti durante una manifestazione. Ma non erano sufficienti le leggi già in vigore, varate tra l’altro durante gli anni del terrorismo?
Il messaggio che si vuole dare è chiaro: un reato commesso nel corso di una manifestazione pubblica è più grave di altri. In questo modo si crea la convinzione che manifestare è pericoloso e chi lo fa rischia sanzioni gravi. Più che dal punto di vista giuridico, queste misure agiscono dal punto di vista simbolico e contribuiscono ad aumentare il pericolo di un restringimento del diritto di manifestare il dissenso. Fatto salvo naturalmente che i comportamenti illeciti meritano una risposta sanzionatoria. Il problema è come si costruisce questa risposta, perché invece di isolare i violenti con un’efficace opera di prevenzione, si punta a scoraggiare la partecipazione.

A questo punto ritiene possibile un intervento della Corte costituzionale?
La comunità dei giuristi su queste norme ha avanzato delle perplessità che sono state bypassate attraverso il voto di fiducia. Vedremo se il presidente della Repubblica riterrà o meno di dover intervenire e poi si vedrà come e in quali casi ci potrà essere un intervento della Corte costituzionale.

 

Quando si tradisce la Costituzione, è il momento della resistenza